Quarta nonConferenza nazionale di coworking e lavoro

#EC15

#CoworkingOFF

BASE
Spazio Ex Ansaldo
Via Bergognone 34
Milano
11 - 13 - 14
novembre 2015

Coworking tra riorganizzazione del lavoro e sostenibilità economica e sociale

Un panel di eccezione moderato dal giornalista Stefano Arduini di vita.it volto ad indagare, attraverso esperienze, competenze e ricerche sia qualitative che quantitative come avviene e può avvenire una riorganizzazione del lavoro mantenendo una forte attenzione, imprescindibile, alla sostenibilità economica e sociale.

 

Intervengono Adam Arvidsson, Professore associato di Sociologia all’Università Statale di Milano e Luigi Corvo, Professore in Social Entrepreneurship all’Università di Tor Vergata.

 

Arvidsson  sostiene che circa metà dei coworker che frequentano gli spazi sono alle prime armi e cercano di entrare nella professione, infatti la modalità di lavoro del coworking funziona bene per coloro che si affacciano ad una nuova professione, mentre chi già hai una professionalità diciamo più “stabile” ne percepisce il valore più in termini di relazioni sociali e professionali.

 

Il coworking si presenta quindi come una risposta moderatamente di successo, come risposta ad una situazione che è comunque difficile all’interno di un mercato a stipendi bassi.

 

Nel mercato non c’è infatti una domanda sufficiente per assorbire il numero di progetti e start up che vengono attivati. L’idea o magari l’utopia dove lo spazio possa generare relazioni di mercato, o la rete fra coworking e coworker possa essere un movimento che crei un mercato che non c’è, dove scambiare servizi l’uno con l’atro per arrivare alla sostenibilità, è tuttavia difficile che si possa realizzare, per fattori che esulano il controllo del coworking stessi.

 

Quanto è importante e che possibilità ci sono di scegliere un coworking piuttosto che un altro? Domanda allora Stefano Arduini.

Corvo premette “il coworking non è un posto da sfigati”. Lo spazio di coworking è una sorta di reazione per un mercato del lavoro non così accessibile. Questa idea che ci sia un premio da vincere e che solo chi ha le idee più brillanti vince, è da comprendere in modo più approfondito, infatti chiediamoci quanto viene assegnato in una start up al vincitore? Potremmo forse scoprire che arriva a corrispondere allo stipendio di un ingegnere.

Il punto è che “se chiudiamo il discorso del coworking nel beneficio individuale, non si trova la giusta via di comprensione” conclude Corvo.

 

Tra le altre cose, è sensato capire la vocazione degli spazi di coworking da dove nasce, dalle caratteristiche dei fondatori o si basa sulle esigenze del territorio?

 

Se il presupposto della dimensione economica dei mercati è quello della massimizzazione finanziaria, il modello di business non si discosta da quello dell’affitto di un garage. Se è possibile individuare un valore aggiunto, quello della collaborazione, implica la condivisione degli obiettivi per la costruzione di un progetto comune.

Altrimenti si ricade nella confusione che già si è generata tra sharing economy e collaborative economy.

La domanda sorge spontanea, nei coworking si generano progetti comuni?


Arvidsson  dice che dipende, in effetti di imprese che nascono nei coworking ce ne sono abbastanza poche, quello che c’è è che ci si passa compiti, c’è abbastanza mercato nei coworking, come subappalti, è del resto naturale che si collabori con chi sta più vicino.

 

Certo, quando si ha a che fare con enti pubblici spesso ci sono bandi a cui rispondere, il coworking riesce ad accedere perché trova soluzioni di collaborazione e anche forme giuridiche adatte.

 

Beh, ma allora come sarà tra 10 anni il coworking?

Corvo realisticamente fa presente che il coworking in parte è un effetto di reazione, una sorta di resilienza al mercato, come comprendere cosa sarà di loro? Si tratta di cambiamenti di paradigma che verranno interpretati dagli spazi di coworking.

 

Tutto il dibattito intellettuale dovrebbe avere un fondamento nelle imprese, ovvero cercare di vedere il fenomeno nella sua concretezza; ad esempio come gli spazi vengono organizzati, perché devono organizzare processi e produrre beni, generando un profitto con un parametro semplice, la monete. Il passaggio logico è che i commercialisti misurano i valori raggiunti e arrivano al pil.

 

Noi non possiamo fare il bes, non possiamo fare una matrice, senza una fonte primaria di dati, a impatto sociale e ambientale, non supereremo così mail il concetto di pil.

 

Vale quindi la pena capire, se il coworker ha nel suo orizzonte di sviluppo professionale l’idea di rimanere in un coworking o se si immagina un exit.

Arvidsson   sostiene che questa idea del superamento del capitalismo di Rifkin “ è un enorme cazzata”, è vero che la produzione non è più il collo di bottiglia, il potere del capitalismo si è spostato dal controllo della produzione al controllo dei mercati, infatti abbiamo diseguaglianza dei mercati globali tra i più altri della storia dell’umanità.

Lo dimostra che il fatto che il 60 per cento dell’economia mondiale è controllata dal poche società.

La sharing economy e il coworking sono una risposta a questa diseguaglianza, con il modello Fantozzi stava abbastanza bene: tredicesima, quattordicesima, feria, ma è un modello che sta perdendo terreno velocemente, il coworking è un tentativo di risposta, funziona bene in Italia perché c’è un ceto medio disperato che cerca di salvaguardare la casa di proprietà.

 

Se parli con i coworker trovi da un lato un ragionamento astratto che parla del coworking come un movimento, una nuova classe dirigente, dicono “stiamo cambiando il mondo”, change maker, poi sul livello concreto ci sono pochissimi piani del futuro, molto dettati dalla sopravvivenza del prossimo futuro.

 

Pensiamoci.

 

Grazie

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